Il processo per la morte della giovane Saman Abbas: la madre estradata

E’ entrata in tribunale coperta da un velo nero con una mascherina chirurgica, il capo chino e la testa tra le mani. Così Nazia Shaeen, madre di Saman Abbas, per la prima volta in un’aula di giustizia dopo l’estradizione dal Pakistan in Italia ad agosto scorso. Nel processo per l’omicidio della figlia, che riparte oggi a Bologna dall’appello, è imputata insieme al marito Shabbar Abbas, al cognato Danish Hasnain e ai cugini della vittima, entrambi assolti in primo grado. Per la prima udienza del processo di secondo grado sull’omicidio della 18enne di Novellara sono presenti tutti e cinque i familiari imputati. I due genitori sono stati condannati all’ergastolo, lo zio di Saman a 14 anni (entrambi sia la difesa che l’accusa hanno chiesto l’appello), e i cugini della vittima, Nomanhulaq Nomanhulaq e Ikram Ijaz, entrambi assolti in primo grado, e motivo principale per cui la Procura ha fatto ricorso in appello.

Per le pm Maria Rita Pantani e Silvia Mazzocchi che sostengono l’accusa davanti in appello, i responsabili della morte della 18enne non sono soltanto i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaeen, condannati all’ergastolo, e lo zio Danish Hasnain, che per aver collaborato con gli inquirenti ha avuto una pena inferiore. Ma anche i due cugini Ikram Ijaz e Nomanullaq Nomanullaq, che invece sono stati assolti in primo grado.

Alcune immagini delle telecamere di sorveglianza li riprenderebbero con una pala mentre escono dal capannone dell’azienda agricola dove lavorava e viveva la famiglia Saman due giorni prima dell’omicidio della 18enne. I due si difesero dicendo che dovevano fare dei lavori urgenti, per dei danni causati dal maltempo. Secondo l’accusa invece stavano andando a scavare la fossa per Saman, in vista del suo omicidio, avvenuto il primo maggio 2021 a Novellara. E, allo scopo di dimostrare la premeditazione, le pm chiederanno di acquisire le registrazioni del 29 e 30 aprile 2021, mettendole in sequenza e confrontandole con i dati metereologici dell’Arpa.

Per l’accusa quindi “fu un omicidio organizzato, concordato tra tutti i familiari, comunicato anche ai parenti che vivevano all’estero e rafforzato a seguito della scoperta della relazione, ancora in atto, con il fidanzato Saqib e della sua intenzione di fuggire nuovamente”.

La sentenza di primo grado è stata impugnata dalla Procura, dai tre condannati e da Alì Haider, il fratello di Saman costituito parte civile, considerato inattendibile e indagabile dal tribunale, mentre per la Procura è vittima del pesante clima familiare e va risentito come teste vulnerabile.

Sta di fatto che questo caso porta con sé l’incognita dell’integrazione degli immigrati, specialmente di quelle etnie che non rispettano le leggi della Repubblica Italiana antecedendo i loro usi e costumi tribali, rifiutando di inserirsi in una società occidentale, “troppo aperta” secondo le loro mentalità retrograde. La povera Saman è stata colpevole di voler vivere liberamente come fanno tutte le coetanee non vincolate da rigide leggi e costumi religiosi.

A modo suo, è stata una martire, uccisa dalla sua stessa famiglia che ha preferito vederla morta anziché felice.

(Fonte: Avvenire)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.